Unitre, Universita' delle Tre Eta' - Sondrio
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Prof.ssa Anna Bordoni Di Trapani Maggio 2020

  • Modernità dell'Ulisse di Dante
  • Nell’episodio di Ulisse, che occupa interamente il XXVI canto dell’Inferno, Dante pone al lettore, senza risolverlo esplicita- mente, il drammatico dilemma fra l’insaziabile ardore di co- noscenza, in cui egli stesso individua il connotato sostanziale della natura umana, e i rischi di sconfinamento e di scacco connessi con i limiti imposti alla nostra stessa essenza. La mitica figura dell’Ulisse omerico dell’Iliade e dell’Odissea è quella di un eroe dai molti volti: polùtropos lo chiama appun- to lo stesso Omero, versatile e imprevedibile: guerriero im- battibile, oratore che incanta e persuade chi lo ascolta, anche quando mente, astuto e abilissimo nell’inganno e nella frode, intelligente e ingegnoso nel superare con astuti stratagemma qualsiasi difficoltà, protagonista di avventure ed esperienze sempre nuove. Questa sua doppiezza non dispiace certo ad Omero che ammira e colma di lodi il suo "divino", "accorto", "paziente" Odisseo, che "fra i mortali eccelle per mente", l’e- roe "dal magnanimo cuore", "dalle molte accortezze", che tutti superava "in tutti gli inganni", “conosciuto tra gli uomini per tutte le sue astuzie, tanto che la sua fama saliva fino al cielo. D’altra parte, nel mondo dell’epica antica il ricorso all’inganno era un espediente abituale, e il primo esempio veniva proprio dagli dei dell’Olimpo, a partire dallo stesso Giove. Nel mondo latino la figura dell’eroe omerico si sdoppia in due figure opposte: l’Ulisse, personaggio positivo, cui fanno riferimento con ammirazione Cicerone, Orazio e soprattutto Ovidio, esempio di virtù e di sapienza, di stoica saggezza e resistenza alle passioni, e l’Ulisse personaggio negativo, di cui parlano invece Virgilio e Stazio, tessitore di inganni e re- sponsabile doloso della caduta di Troia. Fra tutti gli altri, l’Ulisse di Dante è forse quello in cui più radicalmente l’eroe omerico perde la propria identità origi- naria: anzitutto nella Divina Commedia, il famoso tessitore di menzogne e di inganni, l’eloquente e instancabile mentitore si vede confinato nel profondo dell’Inferno, nell’ottava bol- gia, insieme agli altri consiglieri fraudolenti. Egli è punito in eterno dall’infallibile giustizia di Dio, per aver abusato del proprio ingegno, colpa grave, anche quando, come nel suo caso, la frode è "politica", "pubblica" e non privata. L’intelligenza è infatti per Dante un dono divino che non deve essere adoperato in contrasto con le norme morali e religiose: tocca alla virtù finalizzare moralmente i prodotti dell’ingegno. Ma nella Commedia, il peccato di Ulisse sta sullo sfondo, a giustificare la pena. La fisionomia del personaggio che Dante fa emergere, invitando calorosamente l’eroe a parlare, è un’altra: è quella dell’Ulisse viaggiatore che, mosso da un’insaziabile sete di conoscenza, rinuncia infine anche alla sua Itaca e agli affetti familiari, per continuare il suo viaggio senza meta e senza ritorno, "nel mondo sanza gente". Ma cediamo la parola ad Ulisse e sentiamo come egli motiva la sua decisione di mettersi “per l’alto mare aperto”.

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    Prof. Massimo Dei Cas Maggio 2020

  • ANIMALI, FANTASTICI E NON, AL TEMPO DELLA RICERCA DELLA SPERANZA
  • Anche qui corona virus? Il fatto è che possiamo sfuggire al virus, ma non al diluvio universale dei di- scorsi che ne consacrano la fama imperitura. Discorsi spesso gron- danti ingiurie ed epiteti dei peggiori: mostro, carogna, bastardo, subdolo sono solo alcune delle gratifiche che può accadere di sentire al suo pro- posito. E se provassimo a dargli la parola? Possiamo immaginare un suo discorso di questo tenore: “Mi pensate come cacciatore crudele, venuto ad insidiarvi da chissà quali segreti recessi. Mi insultate rabbiosamente come il bambino insulta il tavolo contro il quale ha sbattuto. Ma davvero mi sono messo io sulle vostre tracce? O non è piuttosto vero che voi, cieca- mente ed inconsapevolmente, ma altrettanto tenacemente, mi avete cacciato? La vostra tenacia è stata premiata, alla fine mi avete scovato ed aperto porte inattese. E non pensiate che la vostra rovina sia il mio vantaggio: molto meglio, per me, sarebbe fare di voi la mia risorsa naturale (così come voi avete le vostre), senza danneggiarvi. La vostra morte è anche la mia. Su di me, come su di voi, regna sovrana una natu- ra che mai deroga dal suo corso. Cercate, nella notte dello smarrimento, almeno una luce di speranza e l’intelligenza sia la vostra speranza.” Ecco, dopo l’avvocato del diavolo, ci mancava solo l’avvocato del virus! Sia come sia, non faccia- mo mancare un avvocato alla nostra intelligenza e cerchiamo di apprendere l’amara lezione che ci viene proposta. Una le- zione da riapprendere, pensando a tempi andati nei quali altro era lo sguardo verso gli animali. Sì, perché del nostro rappor- to con gli animali qui si tratta, la scienza ce lo dice. Pensiamo di vivere in tempi segnati da una profondissima sensibilità verso i diritti degli animali. Eppure, a ben vedere, li abbiamo assegnati a due mondi fra i quali è scavato un abisso. Da una parte gli animali d’affezione, con i quali intratteniamo un dialogo di affetti. Dall’altra l’informe inferno di un carnaio da sfruttare, massacrare, incalzare, devastare. Qualcosa di profondo è venuto meno. Il senso di un confron- to con una dimensione, quella animale, cui occhi di un tem- po guardavano con sentimenti differenti, gratitudine, paura, crudeltà, ma sempre con profondo senso di serietà e rispet- to. È che gli animali oggi non li prendiamo più sul serio. Se provassimo a riapprendere quello sguardo, troveremmo ispi- razione per una saggezza capace di evitarci sconvolgimenti quali quello che stiamo vivendo. Vo- gliamo partire dagli esordi di questa saggezza, della “filosofia”, inventa- ta, nel nome e forse anche nella pra- tica, dai Pitagorici qualche secolo prima di Cristo? È abbastanza nota la loro dottrina per cui l’anima, scin- tilla divina, nella sua vicenda migra di corpo in corpo, sia esso umano od animale. I favolisti antichi, poi, facevano del regno animale la scena rappresentativa degli umani vizi e virtù. Ben diffusa era anche la credenza che fra uomini ed animali potesse valere il gioco caleidoscopico delle metamorfosi, della trasmutazione dell’u- no nell’altro. Ed in ogni caso la dimensione animale ha sem- pre metaforizzato, come specchio non deformante, ma rive- latore, virtù profonde dell’umano. E quando un certo ethos cristiano produce san Francesco che dialoga con gli uccelli e con il lupo, non si degradi la scena ad oleografica poesia, ma se ne scorga il senso di profonda serietà nello sguardo rivolto alla dimensione animale. Animali come compagni di strada o come minaccia, da tutelare o cacciare, ma sempre da prendere sul serio. Ecco, forse nello slittamento semanti- co del termine “cacciare” possiamo leggere un mutamento epocale. Dall’andare alla caccia, in una contesa crudele ma a suo modo leale, siamo passati all’allontanare. Invadendo sistematicamente ecosistemi, da esso cacciamo le specie che vi dimoravano in un antico quanto delicato equilibrio. L’immaginario popolare, anche alle nostre latitudini, conserva questo sentire, e lo esprime con una ridda di credenze che hanno come protagonisti animali, fantastici e non. Perché, fa una grande differenza? Nell’immaginario sovrano indiscus- so di tutti gli animali è sempre stato, nella cultura occidentale tanto quanto in quella orientale, il drago, cioè, dall’etimo greco legato al verbo “dérkomai”, lo scrutatore, colui che sorveglia con occhio attento. Sant’Agostino asseriva che ve ne fossero molti nelle Alpi Retiche, soprattutto nella zona del passo del Maloja. Perfino uno studioso metodico e scrupoloso come il naturalista Johannes Jacob Scheuchzer (Zurigo, 1672-1733), che per primo esplorò le Alpi con l’intenzione di descriverne sistematicamente gli aspetti meteorologici, geologici, minera- logici, botanici e zoologici (scoprì, fra l’altro, una campanula che in suo onore viene chiamata campanula di Scheuchzer) e raccolse i resoconti di nove grandi viaggi di studio nell’opera “Itinera alpina”, riporta, in alcuni capitoli della sua opera, prove dell’esistenza dei draghi. Secondo lui questi animali rappresen- tano una sorta di variante di dimensioni maggiori dei serpenti, dai quali si differenziano per i seguenti particolari: sono più grandi e dotati, spesso, di barba e baffi, sono rivestiti di una pelle squamosa di colore nero o grigio, emettono un lugubre e tremendo fischio, simile ad un forte sibilo e si nutrono pre- valentemente di uccelli che predano, in volo, aspirandoli nelle loro fauci, dall’apertura enorme e dotate di triplice ordine di denti. Basandosi sulle testimonianze raccolte, giudicate seris- sime ed attendibili, con il rigore del naturalista classifica 11 diverse specie di drago; fra queste, il drago alato, una sorta di grande serpente che sputa fiamme dalle fauci ed è dotato di ali membranose simili a quelle del pipistrello; il drago dalla lingua bifida, che emette un alito pestilenziale in grado di accecare gli sventurati che vi si imbattono; il drago con corpo di serpente e testa di gatto; i draghi senza ali, di incerta classificazione: forse costituiscono il genere femminile della specie dei draghi. Non ce ne voglia san Giorgio, ma, al di là delle derive malvagie, il drago, nella sua immagine archetipale, è sempre stato al ser- vizio di una potenza e di un compito, vegliare. Vegliare su te- sori che non dovevano cadere in mani umane. Terribile quanto saggio nel preservare gli uomini dal potere corruttore dell’oro. Ma, ahinoi, quasi sempre soccombente allo strapotere della protervia umana. Suoi emuli in editio minor sono una serie di creature dal nome vario e dal profilo sfuggente. La più nota è il basalèsk, pic- colo drago volante, abitatore delle lande più remote, minac- cia mortale per quanti ne incontravano lo sguardo od udivano il sibilo. Non guardare, non ascoltare, questo il monito rivolto a bambini e non. Il Garobbio (da “Leggende delle Alpi Lepon- tine e dei Grigioni”, cit.), ne parla in questi termini: “È poco piú grosso di un ramarro, e gli somiglia anche, benché la sua pelle non sia verde bensì grigio-scuro e coperta di squame. Sulla testa ha una cornea corona, lungo il filo della schiena e sulla coda una durissima cresta a sega. Ai lati gli spuntano due ali membranose che apre volando al pari di un pipistrello. Cacciando fuori la bifida lingua fischia e richiama l’attenzione degli uomini e degli animali. Chi guarda i suoi occhietti verdi resta incantato e rimane come di sasso. Non un piede può muovere, né una mano, né abbassare le palpebre per sot- trarsi al maleficio, né urlare per chiamare soccorso. Il veleno del gallo basilisco ha effetto immediato e non c’è scampo; la dannata bestia aspetta però a morsicare la vittima che non può fuggire, fermandosi a fissarla per intere ore, godendo del disperato terrore ed accorciando il supplizio soltanto se ode avvicinarsi qualcuno. Interi boschi e fiorenti cascinali a volte si incendiano e in un batter d’occhio sono preda del- le fiamme. È il gallo basilisco che volando sinistramente ha lascia- to cadere una goccia del veleno. Si dice che l’orrida bestia nasca dall’uovo di un gallo di sette anni, covato dal gallo per tre settimane. Il girasole ha il potere di tenerlo lonta- no, come lontani tiene gli altri rettili; per questo sull’angolo degli orti e dei campi vedete il giallo fiore eret- to sull’alto fusto, quasi in vedetta.” Ma, a ben vedere, nel fondo di gran parte di storie e leggen- de legate ad animali si scorge sempre un tema, quello del confine, del limite. Esistevano animali pericolosi, dalla fama sinistra, lupi ed orsi in primis, divoratori di molti animali utili all’uomo, ed anche di qualche uomo. Ci sono casi in cui si manifestavano particolarmente aggressivi, ed allora venivano anche cacciati, ma in genere la questione era di rispetto dei territori, rispetto reciproco: questi predatori in genere evitava- no le zone fortemente antropizzate, e viceversa. Se poi vi era qualche animale che spiccava per aggressività, si sospettava che fosse una delle tante incarnazioni del male. Il male e gli animali: connubio adombrato da tante credenze e leggen- de, che non mettono, però, in cattiva luce l’animale per sé preso, ma confermano una radicatissima credenza, per cui le potenze malefiche e demoniache possono esercitare un sin- golarissimo potere sulla natura, quindi sugli elementi di aria, acqua, terra e fuoco, e sul regno animale. Alcuni animali più di altri, per il vero: le capre hanno sempre un che di sulfureo, i gatti un fare particolarmente maliardo, anche se l’uccello notturno succhiasangue era, fin dai tempi dei romani, la meta- morfosi più orrenda delle streghe (nell’immaginario popolare prende spesso il nome di “caurabésul” o “cavra besüla”). Il potere di streghe e stregoni di mutare le loro fattezze in ani- mali veniva chiamato, con termine singolare, “fisica”, nel qua- le forse si avvertiva ancora l’eco remota del greco “physis”, natura. Quanto agli orsi solitari e molto aggressivi, da sempre si è sospettato che fossero posseduti dalle anime dei “cunfinàa”, cioè di quegli individui che in vita si comportarono in modo tanto spregevole da essere respinti non solo da Dio, ma anche dal demonio. In genere li si immaginava condannati a dar di mazza in eterno fra le sterminate e remote pietraie di alta montagna. Ma qualche anima senza pace poteva aggirarsi nelle forme di orsi pericolosi o lupi crudeli. Alcune storie sembrano, poi, esprimere singolari pillole di saggezza, come quell’epico incontro di un toro e di un orso sullo stretto sentiero di accesso alla Val Lesina, sopra Dele- bio, esposto su un orrido strapiombo. Immaginate la scena, quasi manzoniana: chi deve dare strada all’altro? Né orso né toro intendono farlo, e solo lo scontro risolverà la questione della precedenza. Il toro evita la zampata dell’orso e lo tra- figge con le corna, inchiodandolo alla parete di roccia. Poi, ben conoscendo le risorse del rivale, lo tiene così, inchioda- to, senza muoversi. In questa posizione di stallo, finiscono per morire entrambi, l’orso dissanguato, il toro d’inedia. Più che una leggenda, un apologo, che dietro le sembianze degli animali cela gli antichi vizi e la radicata stupidità dell’uomo. È come se guardando a noi stessi non riuscissimo a vedere, mentre nell’animale tutto si fa più chiaro, perché all’animale ricono- sciamo la serietà della condivisione nel grande teatro della vita. O rico- noscevamo. Da quando questa antico gioco di specchi si è velato, viviamo il senso di una signoria senza limiti sugli sce- nari di una natura definita dal nostro reticolo di saperi. Una signoria tan- to dissennata quanto pericolosa.

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    Dicembre 2016

  • L’ITALIA IN TRENO
  • Ogni giorno svariati milioni di persone frequentano l’ambiente ferroviario in tutti i suoi luoghi tipici: stazioni, linee, locomotive, convogli, gallerie, ponti, scali.

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    5 Marzo 2012

  • LA BOTANICA PRATICA DI ALESSANDRO MANZONI
  • Lezione del PROF. AUGUSTO PIROLA, PROFESSORE EMERITO PRESSO L'UNIVERSITA' DI PAVIA

        Presentazione (ppt 6MB)

    14 gennaio 2011

  • LA BOTANICA DI J.W. GOETHE TRA ARTE E SCIENZA
  • Lezione del PROF. AUGUSTO PIROLA, PROFESSORE EMERITO PRESSO L'UNIVERSITA' DI PAVIA

        Sintesi della lezione

    13 gennaio 2010

  • 'LA CRISI ECONOMICA IN VALTELLINA: SITUAZIONE E PROSPETTIVE'
  • Conferenza tenuta dal rag. MIRO FIORDI, Direttore Generale del Credito Valtellinese

        Presentazione (79,3 MB)

    29 gennaio 2010

  • Turismo verde: gli orti botanici
  • Lezione di Augusto Pirola

    27 aprile 2009

  • 'Le storie dell'acqua'
  • Articolo dell'ing. Gianmaria Bordoni

    4 febbraio 2009

  • 'Compostela Trek: 'un Camino dentro noi stessi'
  • Sintesi della lezione tenuta per Unitre dal dott. Giampietro Scherini

    2 gennaio 2009

  • 'Ruolo e attivita' della societa' di sviluppo: quali prospettive per l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro ?'
  • Sintesi della lezione tenuta per Unitre dall'ing. Sergio Schena

        Io lavoro qui. | Presentazione Societa' Sviluppo Locale

    16 dicembre 2008

  • Una caratteristica di 'unicita'' dei vigneti di Valtellina:
        la stretta connessione con una 'citta'-alpina'.
  • Articolo del prof Zanzi

    Venerdi' 7 marzo 2008

  • Il piacere dell'abitare: architettura di qualita', efficienza energetica e sostenibilita"

  •     1 | 2

    Sintesi della lezione tenuta dall'ING. STEFANO DALLORTO, ESPERTO CASACLIMA BOLZANO.

    16 marzo 2007

  • Potenzialita' di Sviluppo della nostra Provincia
  • Sintesi della lezione tenuta per l'Unitre da Corrado Fabi, Presidente Confindustria di Sondrio

    14 marzo 2007

  • Come difenderci dall'ansia e dallo stress
  • 1 | 2

    Sintesi della lezione tenuta per l'Unitre dalla dott. Cristina Colombo, primario del reparto di Disturbi dell'Umore, dell'ospedale San Raffaele di Milano.

    23 febbraio 2007

  • Lo stato delle Alpi con particolare riferimento a Sondrio e al suo territorio
  • Atti della Tavola rotonda tenuta a Sondrio, Sede Unitre - Copertina

    15 gennaio 2007

  • Le piante venute da lontano
  • Sintesi della lezione tenuta per l'Unitre di Sondrio dal prof. Augusto Pirola, ordinario di botanica all'Universita' di Pavia

    6 novembre 2006

  • Maupassant precursore della letteratura decadente
  • Sintesi della lezione tenuta per l'Unitre di Sondrio della prof. Maria Giulia Longhi

    12 aprile 2006

  • Nietzsche: pensare e benedire la vita
  • Sintesi della lezione tenuta per l'Unitre di Sondrio dal prof. Massimo Dei Cas, docente di pedagogia, filosofia e psicologia all' Istituto Magistrale di Sondrio.

    29 marzo 2006

  • La depressione, che cosa e' e come si cura
  • Sintesi della lezione tenuta per l'Unitre dalla dott. Cristina Colombo, primario del reparto di Disturbi dell'Umore, dell'ospedale San Raffaele di Milano.

    17 febbraio 2006

  • C'era una volta il valtellinese cretino e gozzuto.
        Il gozzo cretinismo nella Valtellina di cento anni fa
  • Sintesi della lezione tenuta per l'Unitre di Sondrio dal prof. Pierluigi Patriarca.


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